Uniting Europe

Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump (destra), sorride con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca a Washington, Stati Uniti, 15 febbraio. Credit: 2017 REUTERS / Carlos Barria.

Shalom (pace) vuol dire hashlama (complementare), questo è quello che ci si aspetta dai partiti in lizza che dovrebbero completarsi l’uno con l’altro in modo da creare qualcosa di nuovo e completo.

 

Due settimane fa il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, e il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si sono incontrati per la prima volta dopo l’insediamento di Trump. I due si conoscevano da lungo tempo e non hanno esitato a mostrare che fra loro c’è un’amicizia personale che va ben al di là delle cordiali formalità richieste in tali eventi. Se la pace dovesse essere negoziata fra il Primo Ministro Netanyahu e il Presidente Trump, probabilmente entrambi firmerebbero, sigillerebbero e raggiungerebbero l’accordo prima della conferenza stampa.

Ma Trump non è parte in causa nel conflitto israelo-palestinese; le due parti sono, per l’appunto, israeliani e palestinesi, ma i palestinesi hanno un’idea molto diversa dalla nostra sulla soluzione auspicabile.

Alla conferenza stampa dopo l’incontro, il presidente Trump ha detto che non importava quale soluzione sarebbe stata raggiunta, a condizione che fosse stata concordata da entrambe le parti. Queste le sue parole: “Sono molto felice della “soluzione” che entrambe le parti vorranno scegliere. Posso convivere con entrambe… Se israeliani e palestinesi saranno contenti, io sarò soddisfatto di quello che loro decideranno”. Poco dopo ha aggiunto: “Come in ogni trattativa di successo, entrambe le parti dovranno scendere a compromessi”, (rivolgendosi a Netanyahu): “Lo sai vero?” A questo punto, Netanyahu ha subito risposto: “Entrambe le parti!”

Dalle etichette alla sostanza

Più tardi nella conferenza stampa, Netanyahu ha detto che gli sarebbe piaciuto passare dalle “etichette alla sostanza”, cioè parlare dell’effettiva realizzazione della pace piuttosto che attaccarsi a slogan come una “soluzione a due stati”.

Ma come si può parlare di pace con un partner che non vuole la riconciliazione? A dire il vero, e ormai dovremmo riconoscerlo, l’unica pace che vogliono i palestinesi è la certezza di portare gli Ebrei fuori da Israele, dal Mediterraneo, verso un altro paese o un altro mondo. Gli è stata offerta la sovranità per ben tre volte, una delle quali comprendeva il ritiro dal 97% dei territori occupati nel 1967, così come il diritto di ritorno di migliaia di palestinesi. Per giustificare il rifiuto di questa offerta, Abbas ha detto: “Le lacune nell’accordo erano troppe” (29 maggio 2009).

In effetti, come ha detto Netanyahu, quello che ci manca è la sostanza. Ma la sostanza deve cominciare col capire il significato della pace, prima di cercare di raggiungerla. In realtà, il compromesso non è la pace; si tratta solo di una tregua nelle ostilità fino a quando una parte non si sentirà abbastanza forte da distruggere l’altra.

Invece del compromesso, dovremmo cercare il vero significato della pace. Per la maggior parte della gente, “pace” è solo una parola, una fantasia da giovani un po’ “squilibrati” un luogo comune inevitabile a cui ricorrono i politici durante la campagna elettorale oppure la più ovvia delle risposte dei partecipanti ad uno show televisivo, quando gli viene chiesta la loro visione di un mondo migliore. Ma in realtà, come ho appena mostrato, non c’è pace.

Eppure, quando guardiamo la natura, vediamo che nonostante la continua lotta per la sopravvivenza, essa mantiene un equilibrio che favorisce la crescita e la prosperità. Sorprendentemente, le lotte in realtà contribuiscono ad una sana evoluzione della specie. Le specie rivali si completano a vicenda e, nutrendosi gli uni degli altri (il pesce grande mangia il pesce piccolo), mantengono l’uno la salute e la vitalità dell’altro. L’esistenza dei predatori garantisce la prosperità di tutta la catena alimentare. In qualche caso, l’eliminazione di una specie animale danneggia non solo la fauna dell’ecosistema, ma anche la flora e anche la topografia di quel sistema.

La parola ebraica shalom, che identifica la pace, non ha nulla a che vedere con il compromesso. Viene dalla parola hashlama, che significa complementare e si riferisce ad uno stato in cui due parti in contraddizione si completano a vicenda, realizzando così una nuova e completa creazione, che sarebbe stata incompleta senza i singoli contributi, come decritto dall’esempio nel link sopra.

Il primo mediatore per la pace

Curiosamente, la prima persona a capire l’essenza della pace fu il patriarca Abramo. Maimonide descrive nei dettagli come Abramo abbia cercato nella natura fino a quando ha scoperto che tutte le forze e tutti gli elementi apparentemente contrastanti della natura si completano a vicenda (Mishneh Torah, Capitolo 1).

Abramo non ha iniziato la sua ricerca per curiosità scientifica; era preoccupato per l’odio che era scoppiato tra la sua gente, voleva capirne le cause e trovare una soluzione. Abramo osservò i costruttori delle Torre di Babele e capì che il loro odio reciproco li avrebbe distrutti. Il libro Pirkey de Rabbi Eliezer (Capitolo 24) dice che “Se fosse caduto e morto un uomo, non gli avrebbero dato importanza, ma se fosse caduto un mattone si sarebbero seduti a lamentarsi: “Guai a noi; quando ne avremo un altro al suo posto?”’ L’alienazione tra i costruttori era degenerata a tal punto che “volevano parlarsi ma nessuno conosceva la lingua degli altri. Cosa fecero? Ognuno prese la sua spada e si combatterono fino alla morte. Infatti, metà della popolazione fu trucidata lì e per il resto si è sparsa in tutto il mondo”.

Vedendo tutto quest’odio, Abramo sviluppò un ingegnoso metodo di connessione. Invece di forzare le persone a connettersi, nonostante il loro odio, egli le incoraggiò a rimanere individualiste e a connettersi con gli altri al di sopra della loro separazione. Non chiese a nessuno di scendere a compromessi, semplicemente, disse che la nostra unicità è complementare all’unicità di tutti gli altri. Gli altri non sono rivali, come pensiamo ma, assieme alla nostra unicità, compongono un insieme che è la creazione congiunta di noi tutti. È come un bambino che è l’amata creazione di entrambi i genitori.

Nimrod, Re di Babilonia, non era d’accordo con il concetto di Abramo di connessione al di sopra dell’odio e lo cacciò dall’antica Babilonia. Abramo si diresse a Caanan e, lungo la strada, parlò a chiunque volesse ascoltarlo. “Dal momento che (la gente) si riunì attorno a lui e gli chiese delle sue parole” scrive Maimonide, “Egli insegnò a tutti… Infine, a migliaia e decine di migliaia si riunirono attorno a lui, e questi sono il popolo della casa di Abramo”.

Il gruppo formato da Abramo viveva di un semplice principio: non cercavano di sradicare l’odio fra loro, ma di connettersi al di sopra di esso. Questo rimase il motto “della casa di Abramo” che più tardi divenne il popolo ebraico, fino al loro esilio dopo la distruzione del Secondo Tempio. Il più saggio degli uomini, Re Salomone, descrisse sinteticamente questo principio nei Proverbi (10:12): “L’odio provoca liti, ma l’amore copre tutti i crimini”.

Per Israele, la pace è sempre stata una questione di integrazione

“L’essenza della vitalità, dell’esistenza e della correzione nella creazione è realizzata da persone di varie opinioni mescolate insieme in amore, unione e pace” (Likutey Halachot [Regole Assortite]). “L’essenza della pace è connettere due opposti. Quindi non allarmatevi se litigate con una persona perché ha un’opinione completamente diversa dalla vostra e pensate che non sarete mai in grado di trovare un punto d’accordo con lei. Inoltre, quando vedete due persone di ideologie completamente opposte che discutono, non pensate che sia impossibile portare la pace fra loro. Al contrario, l’essenza della pace è cercare di portare la pace fra i due opposti.” (Likutey Etzot [Consigli Assortiti]).

Questi e numerosi altri testi scritti nel corso della storia ebraica esemplificano l’idea che la pace nel Giudaismo non è la semplice assenza di guerra, ma è un mezzo per raggiungere una maggiore unione su un livello di connessione superiore fra le persone.

Ai piedi del Monte Sinai, abbiamo raggiunto il primo livello di unione e siamo diventati una nazione dopo che ci siamo impegnati ad essere “Come un solo uomo con un solo cuore”. Subito dopo, ci è stato affidato l’incarico di essere “Una luce per le nazioni”, cioè di trasmettere quel metodo per raggiungere l’unione al resto del mondo. In sostanza, quel metodo era lo stesso che aveva sviluppato Abramo e che intendeva condividere con i suoi concittadini, i Babilonesi. Quindi, non c’è da sorprendersi che agli Ebrei, una volta raggiunta l’unione, la prima cosa che fu ordinata è stata di condividere quell’unione. Questo è il motivo per cui “Mosè desiderava completare la correzione del mondo in quel periodo. …Tuttavia, non ebbe successo a causa delle corruzioni che si verificarono lungo il cammino”(Il Commentario di Ramchal alla Torah).

La pace ai tempi dell’odio

Abramo non ha potuto condividere la sua saggezza con i Babilonesi ed essi sono scomparsi. Così hanno fatto tutti gli altri imperi che avevano costruito la loro potenza sulla forza egocentrica. Soltanto gli Ebrei, anche se in pochi, sono sopravvissuti per molti secoli per la loro capacità di unirsi al di sopra dell’odio. Ma quando hanno abbandonato la legge di coprire l’odio con l’amore, hanno anche perso la loro terra e si sono sparsi in tutto il mondo. Fino ad oggi, non c’è alcun testo ebraico che attribuisca l’esilio degli Ebrei dalla terra d’Israele a qualche motivo diverso dall’odio interno.

Oggi, siamo tornati nella nostra terra, ma il nostro Stato ci è stato dato dalle nazioni; non l’abbiamo “meritato”. Ovvero, non abbiamo ristabilito il principio che l’amore copre tutti i crimini e perciò, internamente, siamo ancora in esilio. Pace e sicurezza arriveranno solo quando ripristineremo fra noi questo modus operandi. “La prima difesa contro le calamità sono l’amore e l’unione. Quando ci sono amore e amicizia reciproche in Israele, nessuna calamità può abbattersi su di loro”, dice il Maor VaShemesh (Luce e Sole). “Quando Israele ha l’unione non c’è fine ai suoi successi”, aggiunge Noam Elimelech.

Potremmo pensare di essere pochi e deboli perché siamo di gran lunga inferiori di numero rispetto al mondo arabo: ma se ci uniamo, sconfiggeremo tutti i nemici: non con la guerra, ma coprendo l’odio con l’amore.

Pertanto, il primo e più importante trattato di pace che dobbiamo sottoscrivere non è con i nostri vicini arabi, ma con i nostri vicini ebrei. Qui sta la chiave per risolvere il conflitto in Medioriente. Quando ci uniremo, diventeremo veramente “Una luce per le nazioni”. Tutte le persone e tutte le nazioni vorranno imparare il metodo di connessione sviluppato da Abramo,

 

quello che i suoi discepoli e discendenti hanno affinato e perfezionato, in modo che oggi noi possiamo arrivare ad usarlo a nostro beneficio.

Una volta che ci uniremo, tutto l’odio delle nazioni verso di noi svanirà come se non fosse mai esistito. Per ora, l’odio delle nazioni ci impedisce di perderci completamente fra loro ma, una volta che ci uniremo fra noi, non avremo bisogno dell’antisemitismo per tenerci insieme e questo scomparirà.

Dieci giorni fa, migliaia di persone provenienti da tutto il mondo e di tutte le nazionalità e fedi si sono riunite a Ganei Hataarucha, Tel-Aviv, per unirsi al di sopra delle loro differenze. Ognuno di loro è una prova vivente che il metodo di Abramo funziona, se solo si fa un piccolo sforzo per connettersi. Invito tutti a vedere questo miracolo in prima persona. Chiamate il numero 1-700-509-209 (Da Israele) e potrete scoprire da soli cosa accade quando “L’amore copre tutti i crimini”.

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