Uniting Europe

La storia ci mette davanti agli occhi ogni volta quanto maltrattiamo e ostracizziamo il nostro stesso popolo, nonostante la dimostrazione evidente che la causa della nostra rovina è la nostra divisione.

 

Se gli arabi avessero imparato dai romani, le cui legioni hanno distrutto Gerusalemme 2.000 anni fa, oggi non saremmo sovrani in Israele. Il terrorismo palestinese, per quanto doloroso, non costituisce un pericolo imminente per l’esistenza dello Stato di Israele. L’odio che gli ebrei sentono per i correligionari, al contrario, costituisce una grave minaccia. In questo periodo dell’anno in cui ricordiamo come l’odio fra noi ha distrutto la nostra nazione, la nostra terra e ha inflitto un esilio prolungato al nostro popolo, è il momento giusto per riflettere sul passato e su dove ci troviamo per quanto riguarda il riparare gli errori che hanno provocato la nostra sconfitta.

Gli astuti romani

Duemila anni fa, con le potenti legioni romane accampate fuori Gerusalemme, gli ebrei all’interno della città si massacrarono senza pietà. Flavio Giuseppe scrisse in Le Guerre degli Ebrei (Libro IV, Capitolo 6): “I comandanti romani considerarono questa rivolta interna fra i loro nemici (gli ebrei di Gerusalemme) un grande dono”, “Erano molto determinati a marciare verso la città e invitarono Vespasiano, loro signore e generale, ad affrettarsi. Gli dissero: ‘La provvidenza di Dio è dalla nostra parte poiché ha messo i nostri nemici l’uno contro l’altro’. Ma Vespasiano replicò che si stavano sbagliando di molto riguardo a ciò che ritenevano opportuno fare… perché se fossero andati subito ad attaccare la città ‘Avrebbero provocato l’unione dei loro nemici, e trasformato la loro forza, che stavano usando ora, contro se stessi. Se avessero aspettato un po’, avrebbero avuto meno nemici perché si sarebbero autodistrutti in questa carneficina. Dio agisce come un generale romano meglio di quanto io possa fare e ci sta consegnando gli ebrei senza fatica alcuna da parte nostra… Pertanto, mentre i nostri nemici si distruggono a vicenda con le proprie mani, e cadono nella più grande delle disgrazie, che è quella della rivolta interna, la cosa migliore per noi è rimanere ancora qui seduti come spettatori, piuttosto che combattere corpo a corpo con uomini che amano uccidere e sono furiosi l’uno contro l’altro’”.

Flavio, ebreo egli stesso che aveva rinnegato il suo popolo, scrisse: “Gli ebrei sono ogni giorno sempre più ridotti a brandelli dai dissensi e dalla loro guerra civile, sono in uno stato di miseria più grande di quello che, se venissero catturati, potremmo infliggergli noi”. “Ma”, conclude Flavio (Libro V, Capitolo 6), “tutto ciò era soprattutto triste (per gli ebrei) più del fatto che (Gerusalemme) fosse rovesciata. Quelli che l’hanno presa, l’hanno fatto con grande gentilezza, perché mi azzardo ad affermare che la rivolta interna ha distrutto la città e i romani hanno posto fine alla rivolta. Perciò, possiamo attribuire giustamente le nostre disgrazie al nostro stesso popolo”, conclude lo storico severamente, eppure a mente lucida.

Tutti i nostri saggi e tutti i nostri capi spirituali nel corso dei secoli, sono d’accordo con l’affermazione di Flavio che non sono stati i romani ma il nostro odio reciproco a causare la nostra caduta, la distruzione del Tempio e il prolungato esilio. Se i romani avessero ascoltato in pieno il consiglio di Vespasiano, avrebbero camminato in una città popolata di cadaveri e il popolo ebraico sarebbe stato storia.

Chi governa il cuore del Re?

Oggi gli arabi vogliono allontanarci per sempre da Israele. La nostra fortuna è che non sono abbastanza saggi da lasciarci soli, come hanno fatto i romani, a guardarci ripetere l’impresa dell’autodistruzione. Se gli arabi ci avessero abbandonati a noi stessi, si sarebbero assicurati la vittoria.

C’è un buon motivo per cui Vespasiano scrisse: “Dio agisce come un generale romano meglio di quanto possa fare io”. I nostri più terribili nemici hanno sempre sentito che stavano eseguendo la punizione di Dio contro gli ebrei. Nel caso dei romani, Flavio scrisse che gli ebrei “Avevano del tutto perso la misericordia fra loro” e “Hanno calpestato tutte le leggi degli uomini e riso delle leggi di Dio” (Le guerre degli Ebrei, Libro IV, Capitolo 6).

Secondo lo storico e rabbino della Riforma Jacob Rader Marcus, quella stessa sensazione permeava i cuori dei detrattori degli ebrei nella Spagna del XV secolo. Nel suo libro The Jew in the Medieval World: A Sourcebook: 315-1791, Marcus scrive “L’accordo che permetteva agli ebrei di rimanere in Spagna dietro pagamento di un’ingente somma di denaro era quasi stato siglato quando venne vanificato dall’influenza di Torquemada”, l’Inquisitore Capo, anche lui di origine ebraica. Allo smarrimento dei rappresentanti degli ebrei, la regina Isabella rispose loro “Come nel detto di Re Salomone (Proverbi, 21:1): ‘Il cuore del re, nella mano del SIGNORE, è come un corso d’acqua; egli lo dirige dovunque gli piace’. Aggiunse inoltre: ‘Credete che questo vi accada per nostro volere? È stato il Signore a mettere questa cosa nel cuore del Re’”.

Persino Adolf Hitler, acerrimo nemico del popolo ebraico, sentì di fare la volontà di Dio. Nel suo famigerato libro Mein Kampf, scrisse “L’Eterna Natura vendica inesorabilmente l’inosservanza delle sue leggi. Oggi, quindi, credo di agire secondo la volontà del Creatore Onnipotente: difendendomi dall’ebreo, sto combattendo per l’operato del Signore”.

Diretti verso la più grande divisione della nostra storia

Prima di ogni grande devastazione che è capitata agli ebrei, c’è stato da parte nostra un periodo di totale rifiuto di ogni cosa che avesse a che fare con l’ebraismo, specialmente del principio fondamentale di amare il nostro prossimo come noi stessi e del comandamento di essere “Una luce per le nazioni”. Invece di voler essere un modello di unione, il declino degli ebrei si presenta sempre come conflitto interiore, odio e divisione fino al punto che le nazioni non ci possono più sopportare. Quando il desiderio di abbandonare il nostro retaggio e il nostro compito, si esprime nella necessità di integrarsi fra le nazioni che ci ospitano, innesca in loro un intenso rifiuto che noi interpretiamo come antisemitismo.

Prima della distruzione del Tempio, il rifiuto del nostro retaggio era chiamato “Ellenismo”. Prima dell’espulsione dalla Spagna, il rifiuto fu considerato “acculturazione” e, prima dell’Olocausto, gli ebrei tedeschi erano completamente assorbiti in quella che consideravano l’“assimilazione”. In parole semplici, prima di ogni calamità ci fu un lungo periodo per gli ebrei di negazione del loro retaggio, di frammentazione interna, con una smania di disperdersi fra le nazioni.

L’odierna comunità ebraica americana chiama “integrazione” il desiderio di dissolversi fra le nazioni ma, in sostanza, è lo stesso fenomeno e porterà le stesse terribili conseguenze. Emma Green del The Atlantic, ha pubblicato il 16 luglio scorso un rapporto dettagliato riguardo all’atteggiamento fra gli ebrei conservatori sui matrimoni interreligiosi. La relazione si unisce ad una serie di altri resoconti e saggi che rappresentano un quadro sinistro delle divisioni all’interno della comunità ebraica americana con la crescente indifferenza verso il nostro retaggio. Con le parole di Rabbi Shmuly Yanklowitz, “In definitiva, ci dirigiamo verso una delle più grandi divisioni nella storia del popolo ebraico”.

Rabbi Yanklowitz non è il solo. “Ciò che alcune persone temono, da entrambe le parti del dibattito sui matrimoni misti” scrive Green, “è che gli ebrei non saranno più un solo popolo, ma piuttosto due popoli riconosciuti secondo standard radicalmente differenti”. Felicia Sol, rabbino alla sinagoga B’nai Jeshurun Conservative, ha ribadito questi sentimenti dicendo che: “Potremmo perdere una generazione, se non il futuro stesso della vita ebraica”.

Ma come accade sempre, poco prima che gli ebrei si dissolvano completamente nella nazione ospite, cambiano le carte in tavola contro di loro e l’ospitalità diventa ostilità.

Queste tre settimane comprese tra il 17° giorno di Tammuz, quando i romani hanno sfondato le mura di Gerusalemme e sono entrati nella città che era stata devastata dall’interno, e il 9° giorno di Av, quando i conquistatori hanno distrutto il Tempio, dovrebbero rappresentare un periodo di riflessione per tutti noi. Per come stanno le cose oggi, il livello di avversione reciproca all’interno della comunità ebraica americana è così elevato che sembra plausibile vedere una qualche forma di ripetizione delle catastrofi del passato.

In Spagna come in Germania, gli ebrei non videro avvicinarsi la loro fine. Erano accecati dall’autocompiacimento e, quando si svegliarono, era troppo tardi.

Dovremmo ricordare che nonostante ci piacerebbe esserlo, gli ebrei non faranno mai parte della cultura locale. Gli ebrei sono e saranno sempre giudicati con uno standard più elevato delle altre nazioni. Basta guardare alle ripetute condanne dello Stato Ebraico alle Nazioni Unite, come esempio eclatante.

Gli ebrei dovranno sempre essere misericordiosi mentre tutte le altre nazioni si uccidono indiscriminatamente. Gli ebrei saranno sempre accusati di tutti i torti del mondo, non perché agiscono male ma perché non agiscono bene. Cioè, non stanno portando alle nazioni la “luce” dell’unione, o come ha affermato il Rav Raiah Kook: “Lo scopo di Israele è unire il mondo in una singola famiglia” (Whisper to Me the Secret of Existence).

A questo proposito, nella sua “Introduzione a Il Libro dello Zohar,” Rav Yehuda Ashlag scrive che quando Israele non è unita “Tutti i distruttori fra le nazioni del mondo sollevano la testa e desiderano soprattutto distruggere e uccidere i figli d’Israele, com’è scritto (Yevamot, 63): ‘Nessuna calamità viene al mondo se non per Israele’. Ciò vuol dire, com’è scritto nei rimproveri sopracitati, che (Israele) causa povertà, rovina, rapine, uccisione e distruzione in tutto il mondo”.

Noi siamo veramente ebrei solo quando mettiamo al di sopra di tutto, il principio di “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Quando abbandoniamo questa mentalità, cominciamo a discutere su chi sia meglio degli altri come ebreo e, da questo punto, siamo certi di finire in rovina. Come dice Flavio: “Gli ebrei sono ogni giorno sempre più ridotti a brandelli dai dissensi e dalla loro guerra civile” e “possiamo giustamente attribuire le nostre disgrazie al nostro stesso popolo”.

Se tentassimo di ricostruire il Tempio oggi, potremmo solo immaginare le guerre che scoppierebbero fra noi su chi dovrebbe supervisionare la costruzione dell’edificio? Come hanno notato i romani, la nostra forza sta nella nostra unione. Dato che tolleriamo la separazione fra noi stiamo purtroppo accelerando l’abbattersi di un’altra disgrazia sul nostro popolo.

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