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Una nuova ricerca ha scoperto che nei cinque mesi successivi al suicidio dell’attore Robin Williams, negli Stati Uniti si è avuto un aumento drammatico di quasi il 10% nel tasso dei suicidi, ed ha avuto molto a che fare con il modo in cui i media hanno comunicato il suicidio al pubblico.

Le principali agenzie di stampa hanno per mesi e ripetutamente descritto e speculato sul metodo del suicidio e sul posto in cui è avvenuto con tanti dettagli viscerali, andando contro gli standard stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità su come i media devono affrontare l’argomento.

Le linee guida per la segnalazione dei suicidi delle celebrità non sono state stabilite in modo arbitrario. Precedenti studi hanno già documentato l’aumento parallelo tra i tassi di suicidio e la copertura mediatica del suicidio, ed hanno sottolineato il rischio di rafforzare le tendenze suicide da parte dei media.

Sappiamo anche che guidare i media, su come parlare dei suicide, ha un impatto. Ad esempio, il suicidio della famosa rock star Kurt Cobain nel 1994 ebbe un impatto molto limitato sui suicidi nell’area di Seattle in cui il cantante viveva, i mezzi di comunicazione furono restrittivi nella sua copertura e accompagnarono l’accadimento con messaggi di prevenzione al suicidio. Al contrario, nel 1962, si parlò molto del suicidio di Marilyn Monroe e fu seguito da un aumento del 10-12% del tasso di suicidi.

Quindi, se la storia e la scienza dipingono un rischio così evidente per la salute pubblica, cosa spinge i media a fare diversamente?

La risposta dovrebbe essere facile da comprendere: i mezzi di comunicazione sono guidati da una cosa, e questa cosa è il rating, perché il rating significa soldi. È semplice.

Questo è il motivo per cui le prime pagine dei giornali e i notiziari hanno reso la copertura nel caso di Robin Williams quanto più sensazionalistica possibile, e alcuni hanno persino descritto una versione glorificata di quello che era successo. Il fatti è che continueranno a farlo finché riusciranno a conquistare più punti nella loro battaglia per la nostra attenzione.

Purtroppo, coloro che hanno tendenze suicide, che non sono emotivamente elastici come il resto delle persone, saranno i primi a subirne le conseguenze. Ma non solo loro, siamo tutti intrappolati in un circolo vizioso: i titoli stanno diventando sempre più osceni, mentre noi stiamo diventando sempre più ignari a riguardo, il che spinge i produttori a creare ancor più sensazionalismo, e il problema continua a crescere.

 

Robin Williams non era l’unico ad avere una personalità sdoppiata

I media sono responsabili solo nei confronti dei loro azionisti. Finché la realtà continuerà ad essere questa, il circolo vizioso continuerà a crescere. Se desideriamo rendere la salute pubblica una vera priorità, allora, quando si tratta di coprire eventi di tale natura, i media dovranno essere obbligati per legge a lavorare con gli psicologi, i sociologi e gli esperti di salute pubblica.

 

Ma dal caso di Robin Williams ci sono ulteriori lezioni da imparare. Come lo stesso Williams, molte persone oggi conducono una doppia vita, appaiono sorridenti all’esterno ma piangono all’interno. Per svagarci, abbiamo costruito una fiorente fabbrica di distrazioni, mentre la depressione è diventata la causa numero uno di malattia e disabilità, ed è la diagnosi più comunemente associata al suicidio.

I social media incoraggiano e coltivano la nostra “personalità sdoppiata” come mai prima d’ora. Possiamo nascondere i sentimenti oscuri e cupi dietro le foto colorate con filtri lucidi, possiamo avere migliaia di amici su Facebook, ma nessuno con cui parlare, migliaia sui nostri contatti e nessuno con cui connettersi.

 

Dovranno emergere obbligatoriamente nuovi canali multimediali

I media sono il nostro ambiente comune più grande, e nell’era digitale questo è particolarmente gradito. Prima o poi, dovremo comprendere la necessità di renderlo un ambiente sano per noi stessi e per i nostri figli.

Ma un cambiamento non può avvenire prima di riconoscere quanto siamo malleabili nelle mani dei canali dei media che si preoccupano solo dei rating. Che lo vogliamo o no, i nostri canali media ci influenzano su più livelli, dalle nostre visioni sul mondo alla nostra salute e al nostro benessere.

Quando arriveremo a questa realizzazione, dovranno emergere obbligatoriamente canali di comunicazione completamente nuovi che siano responsabili nei confronti delle persone. Saranno canali che riconoscono il ruolo e la responsabilità dei media nella salute pubblica, nel mantenere uno spirito equilibrato nella società e non nel continuare con il sensazionalismo e, soprattutto, nel contribuire all’unione sociale piuttosto che alla divisione.

Internet può già fornire l’infrastruttura tecnica per una tale rivoluzione mediatica, ma deve prima arrivare una spinta dalle persone.

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