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Incorporato negli strati più profondi della società americana c’è il credo sul quale è fondata la Dichiarazione d’Indipendenza, “La vita, la libertà e la ricerca della felicità”, che mira alla realizzazione di tutti nella vita. Tuttavia, in realtà, questo ideale non scalfisce nemmeno la superficie della società americana. Nonostante gli Stati Uniti abbiano speso cifre astronomiche e lavorato duramente per trovare la felicità, in America si registra il tasso più alto di uso di antidepressivi di tutto il mondo. Qual è la ragione e cosa si può fare per invertire questo fenomeno?

 

In America il reddito pro capite è più che raddoppiato dal 1972, eppure il benessere dei cittadini sta inviando segnali inquietanti di declino. Gli Stati Uniti si sono classificati solo al 18° posto su 156 paesi valutati dal World Happiness Report 2018, quindi significativamente al di sotto delle altre nazioni ricche. Il redattore del rapporto, l’economista Jeffrey Sachs, ha dichiarato che “Le tendenze non sono buone, e la posizione comparativa degli Stati Uniti rispetto ad altri paesi ad alto reddito è a dir poco allarmante”. Egli attribuisce questa incongruenza all’obesità, all’abuso di droghe e alla depressione, problemi che vengono associati all’insoddisfazione nella vita.

 

La ricerca della felicità ci spinge a ricercare costantemente la fonte della felicità. Si stima che un’industria americana ben collaudata di prodotti e servizi di self-help, che vende cioè l’illusione della gioia e della soddisfazione fai da te, valga più di 10 miliardi di dollari all’anno. Una quantità significativa di denaro viene spesa anche per viaggiare all’estero, circa 118 miliardi di dollari, oltre ad altre spese straordinarie per svago e gratificazioni.

Se tale sforzo non sta dando i suoi frutti è possibile che il problema stia nel come e dove gli americani stanno cercando la felicità…

 

Come misuriamo la felicità

Il valore del duro lavoro per raggiungere il successo nella vita viene solitamente misurato a seconda dell’accumulo di beni materiali; ci si concentra su cose che ci portano gioia e soddisfazione, tutto ciò che i soldi sembrano comprare. Acquisire più denaro possibile dà anche un senso di autostima, poiché la persona che guadagna ricchezza ottiene anche rispetto e riconoscimento dagli altri. Viviamo nell’impressione che essere ricchi equivalga a essere felici, perciò siamo pronti a fare tutto il necessario per diventare ricchi.

 

Questo obiettivo spinge le persone a lavorare più a lungo, a socializzare di meno e quindi a sperimentare l’opposto dell’effetto desiderato, ovvero più solitudine e più insoddisfazione causate dall’ingente investimento di tempo e di energia per raggiungere tale obiettivo. Più ci concentriamo sulle cose che ci portano piacere, più velocemente la sensazione svanisce e perde la propria importanza.

 

Acquistare una macchina nuova, una casa più grande, l’ultimo dispositivo elettronico, ottenere un lavoro prestigioso, ci daranno solo una soddisfazione di breve durata. Alla fine ci adatteremo a queste nuove acquisizioni, tornando così al nostro punto di partenza e finendo nello stesso stato o addirittura più infelici di prima. È la stessa vecchia corsa sfrenata, siamo costantemente alla ricerca di nuove fonti di piacere poiché le vecchie perdono di importanza sempre più rapidamente.

 

La nostra felicità dipende dagli altri

 

In contrasto con la percezione comune che “ricchezza = felicità”, anche vari studi a lungo termine hanno raggiunto la conclusione che le relazioni umane, e non i possedimenti, sono la chiave della felicità.

Quando gli è stato chiesto di riassumere decenni di ricerca nel campo della psicologia positiva, il noto psicologo Chris Peterson ha risposto: “Gli altri fanno la differenza”. I ricercatori di Harvard hanno condotto uno degli studi più lunghi, durato circa 80 anni, su questo argomento. Essi hanno tracciato l’evoluzione personale di 268 studenti del secondo anno per identificare i fattori che influenzano una vita sana e felice.

 

Da questo studio è emerso che l’amicizia e la connessione sociale, più che il denaro e la fama, sono ciò che rende felici le persone. Inoltre, coloro che avevano relazioni affettive e appartenevano ad una comunità non solo vivevano vite più felici, ma anche più lunghe. Come parte delle conclusioni dello studio, il direttore Robert Waldinger ha dichiarato che “La solitudine uccide. È potente come il fumo o la dipendenza da alcool”.

 

La saggezza della Kabbalah ha trattato questo principio nel corso di migliaia di anni: la vera felicità può essere raggiunta solo attraverso una connessione umana positiva, nella nostra unione collettiva, dove ogni persona si focalizza verso l’esterno, verso gli amici e la società. Inoltre, la Kabbalah afferma che la felicità basata sulla connessione ha un potenziale illimitato.

Ma perché? Cosa significa dare e connettersi positivamente con gli altri, ossia coloro che possono rendere la nostra felicità illimitata? E ancora, cosa limita la nostra felicità?

 

La preoccupazione per se stessi limita la felicità

 

Ciò che limita la nostra felicità è la nostra preoccupazione personale, quando cerchiamo di godere individualmente e a spese degli altri. Secondo la saggezza della Kabbalah, la natura umana è un desiderio di provare piacere. Ogni nostra motivazione, data dalla nostra natura, è provare piacere, stare bene ed essere felici. Tuttavia, sebbene ogni nostro desiderio lavori costantemente per renderci felici, il nostro problema è che non sappiamo come ricevere questo piacere. Come mostrano gli esempi sopra citati, interpretiamo questo desiderio di ricevere in termini di desideri per ottenere ricchezza e acquisizioni materiali, onore e rispetto, controllo e conoscenza.

 

Tali forme di piacere fisico e materiale hanno tutte un comune denominatore: cerchiamo di raggiungere il piacere individuale a scapito degli altri. Il problema dell’appagamento in questa modalità è che il desiderio di provare piacere è fatto in modo tale che il piacere personale si estingua nel momento in cui lo si raggiunge. Un po’ come quando mangiamo e la nostra fame si esaurisce, infatti alla fine del pasto non abbiamo di certo più voglia di mangiare. La stessa cosa succede anche con gli altri nostri desideri corporei: tutti svaniscono nel momento del loro appagamento. Questa è la ragione del paradosso e il perché, nonostante abbiamo costruito una società occidentale ricca di piaceri materiali, abbondino la depressione e la solitudine.

 

I padri fondatori della saggezza della Kabbalah hanno compreso questo dilemma della natura umana e hanno cercato di trovare una soluzione. Quello che hanno scoperto è che quando il desiderio di provare piacere viene reindirizzato, quando smettiamo di mirare a soddisfare noi stessi e cominciamo a mirare a soddisfare gli altri, anche se non vediamo alcun beneficio diretto da tale inclinazione, in realtà questa è la chiave per godere ed essere felici illimitatamente. I kabbalisti hanno scoperto che a monte di quello che noi immaginiamo come felicità c’è in realtà la fonte della felicità, un desiderio opposto alla nostra natura, che è una qualità di dazione, amore e connessione. Quando cerchiamo di emulare questa qualità, cercando di dare, di amare e di connetterci positivamente con gli altri, allora essa ci influenza e ci cambia, portandoci sempre più in equilibrio. E più ci equilibriamo con la natura, più felici diventiamo.

 

La scienza della felicità e la psicologia positiva confermano ciò che la Kabbalah dichiara da millenni

 

Solo di recente, negli ultimi 20-30 anni, sono comparse la scienza della felicità e la psicologia positiva, per studiare ciò che rende felici e ciò che invece ostacola la felicità delle persone. Questi campi di studio hanno raggiunto la conclusione a cui la saggezza della Kabbalah era arrivata già 5.000 anni fa: dare ci rende effettivamente molto più felici che ricevere. Più forti sono le nostre relazioni con gli altri, più siamo felici. Se il nostro desiderio fosse focalizzato al di fuori di noi stessi, cioè nel dare agli altri, allora non ci sentiremmo mai più vuoti e insoddisfatti.

 

L’aspettativa della felicità dipende solo da noi e solo noi dettiamo la portata della nostra felicità futura. Può gonfiarsi, espandersi ed essere goduta tutto il tempo, e così una persona ha il potenziale per godere illimitatamente. Invece di cercare di divertirci separatamente dagli altri, ritrovandoci poi ogni volta a mani vuote, possiamo costruire una felicità sempre crescente attraverso i nostri sforzi per connetterci positivamente, in pratica ci avviciniamo sempre più all’equilibrio con la natura. Allora, la soddisfazione completa sarà una realtà tangibile e non solo un sogno.

 

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