Uniting Europe

Recentemente tutti hanno parlato del Black Friday, ma io non sono andato per negozi. Durante il Black Friday e il Cyber Monday, i commercianti hanno registrato vendite da record, le più importanti nella storia degli Stati Uniti e che quest’anno hanno raggiunto un fatturato totale di 16,8 miliardi di dollari.

Anche il consumismo americano ha influenzato il mondo, ma ho avuto la follia di acquistare una quantità infinita di cose solo una volta, 20 anni fa, dopo un’esperienza diretta della potente influenza della società sulle persone per l’acquisto di beni materiali.

È successo a Las Vegas. Mi trovavo in piedi davanti all’ingresso di un hotel di lusso. Di fronte a me i turisti si sono precipitati nella hall dove erano in vendita nuovi sistemi stereo per 99 dollari, un evento senza precedenti allora.

Non avevo bisogno di uno stereo ed ero sicuro che non l’avrei mai usato.

Ma mentre mi guardavo intorno e vedevo le lettere rosse intermittenti della parola “Saldi”, che passavano su enormi display, e il presentatore proclamava incessantemente che si trattava di un risparmio di 200 dollari, ho perso momentaneamente il mio autocontrollo e mi sono ritrovato a sventolare in mano una banconota da 100 dollari. Tutto ciò mentre decine di turisti attorno a me si accalcavano su pacchetti di sistemi stereo, come se fossero cibi in scatola che venivano pubblicizzati prima di una guerra.

Il Black Friday o il Cyber Monday, o qualsiasi evento di vendita eclatante, indicano un fenomeno più profondo del semplice acquisto di beni a prezzi stracciati: l’influenza della società sulle persone.

L’influenza sociale può risvegliarsi in persone che non sono consumatrici abituali portandole a cercare e acquistare articoli in saldo

La soddisfazione dell’acquisto risveglia una sensazione di rinnovamento e felicità che giustifica ogni centesimo speso. Compriamo la sensazione di fiducia. Rompe gli schemi della nostra sensazione di solitudine e vuoto.

A posteriori, quando arriva l’estratto conto mensile della nostra Banca, ci rendiamo rapidamente conto che la maggior parte dei nostri acquisti non è nata da necessità reali, ma da bisogni sociali competitivi che, per così dire, “fluttuavano nell’aria”, travolgendoci in un momentaneo fervore. In effetti, se non fosse per la pressione sociale, il nostro desiderio di acquistare diminuirebbe.

Tuttavia, il problema non è lo shopping. È bello vedere le persone trarre piacere da un’attività collettiva, perché così facendo imparano come la loro partecipazione porti loro un senso di piacere e di potere. Tuttavia, al di là delle voglie materialistiche, se scaviamo ad un livello più profondo, le “festività commerciali” rappresentano segnali di comunicazione tra le persone: la tendenza alla connessione latente in ogni persona. Questa tendenza si risveglia quando esiste un’opportunità per eseguire un’attività collettiva di cui possiamo godere.
Come mostrano i dati, nel giro di pochi giorni o settimane, la maggior parte degli articoli verrà restituita, accumulata o gettata via, ma nella memoria delle persone rimarrà impressa la sfida dello sforzo congiunto.

Pertanto, possiamo sperare che vari giorni incentrati sullo shopping lascino un’impressione su di noi, attraverso la quale riconosceremo la necessità di rafforzare le nostre connessioni. Potremo quindi affermare che abbiamo sfruttato la cultura del consumo al servizio delle persone e non viceversa.

La ricerca infinita per il piacere
La natura umana è fatta di desiderio di ricevere piacere che ci spinge a cercare costantemente fonti da cui attingerlo e ci conduce in un vicolo cieco: non appena un desiderio viene soddisfatto, un desiderio più grande emerge e, ancora una volta, il vuoto e la mancanza dominano le nostre vite.

In passato, le persone provavano piacere non solo nell’atto di fare shopping, ma nel processo stesso di brama e acquisizione delle cose. Anche nei viaggi, indipendentemente dai luoghi visitati, la semplice sperimentazione di luoghi diversi era entusiasmante.

La difficoltà che attraversavamo per provare certi piaceri ce li faceva apprezzare di più. Nell’era moderna, tuttavia, è possibile accedere immediatamente al mondo tramite i nostri smartphone. Pertanto,
l’accumulo di beni materiali diventa meno attraente quando l’attesa per l’acquisto viene ridotta in un istante impulsivo.

La fonte dell’appagamento vero e duraturo
Attualmente stiamo attraversando un importante processo di transizione. In questo processo, avvertiamo l’incapacità di riuscire a soddisfare noi stessi con beni materiali e viaggi.

Più il nostro mondo si riempie con gadget e prodotti, più aumenta il nostro vuoto interiore e più diventiamo soli, depressi, ansiosi e stressati. Oggi proviamo sempre più sensazioni negative perché vediamo la mancanza di uno scopo, di un significato e il vuoto dei nostri successi.
I problemi della società umana giocheranno il proprio ruolo di sensibilizzazione sul perché non riusciamo a raggiungere una forma di soddisfazione autentica e duratura. Alla fine ci renderemo conto che la soluzione si trova in uno spostamento fondamentale dei nostri valori: dai valori competitivi, individualistici ed egoistici a quelli cooperativi, connettivi e altruistici.

Quando il desiderio di ricevere viene reindirizzato, quando smettiamo di mirare a realizzarci individualmente e iniziamo a mirare a soddisfare gli altri, anche se non vediamo alcun beneficio diretto nel farlo, questa è la chiave per la felicità senza fine.

I kabbalisti hanno scoperto che dietro ciò che immaginiamo come piacere, c’è una fonte di felicità, un desiderio opposto alla nostra stessa natura, che è la qualità della dazione, dell’amore e della connessione. Quando proviamo a emulare questa qualità, cercando di dare, di amare e di connetterci positivamente agli altri, allora essa opera su di noi, cambiandoci gradualmente, portandoci sempre più in equilibrio con la natura originale del dare, dell’amore e della connessione.

Inoltre, più ci bilanciamo con gli altri, più diventiamo felici. Questa felicità non è una moda passeggera ma è illimitata ed eterna.

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