Uniting Europe

Il contributo degli immigrati russi in Israele è considerato un fattore chiave del successo del Paese in vari livelli e settori. In questi giorni, mentre Israele commemora i 30 anni dall’inizio della massiccia ondata di aliyah (immigrazione) dall’ex Unione Sovietica negli anni ’90, siamo in grado di stimare che la sua influenza continuerà a farsi sentire nelle generazioni future.

Tuttavia, nonostante decenni di esperienza nell’assimilazione di nuovi immigrati, dobbiamo ancora renderci conto che è proprio innalzandoci al di sopra delle differenze tra noi che saremo in grado di rafforzare il tessuto sociale di Israele.

La più grande ondata di immigrazione

Tre decenni fa, Israele divenne la patria di circa il 30% degli ebrei sovietici, circa un milione di persone, che hanno cambiato definitivamente il volto del paese. La mia famiglia ed io non eravamo parte di questa ondata. Siamo arrivati con la piccola ondata di precursori degli anni ’70, prima del grande afflusso, la qual cosa non ha cambiato le difficoltà di assimilazione e integrazione nel paese. Quando siamo arrivati, tutto quello che avevo con me era una piccola tenda e alcuni utensili di base che pensavo potessero servire. Non avevo praticamente idea di cosa avrei trovato in questa terra deserta.

Non sono arrivato né indigente né abbandonato in quanto avevo in mano i miei diplomi e la professione di scienziato e ricercatore. Avevo la mia famiglia ed ero affermato economicamente. Nonostante i miei vantaggi, il passaggio da un paese all’altro è sempre accompagnato da sensazioni di insicurezza, poiché non si sa mai in cosa ci si possa imbattere. Fino a quando non si sperimenta l’entrata nella terra di Israele, non si ha idea della sua vera natura.

Dopo un breve periodo di tempo, fui accettato nell’Aeronautica Militare Israeliana. Poiché gli equipaggi erano quotidianamente sotto pressione dovendo essere allerta per qualsiasi operazione in ogni possibile momento, il nostro impegno a lavorare insieme, indipendentemente dalle sfide, ha sempre prevalso sulle nostre differenze. Non c’era posto per umiliare nessuno. Pertanto, a livello personale, sin da allora non ho avuto esperienza dell’amaro trattamento di cui molti immigrati si sono lamentati.

Tuttavia, capisco perfettamente l’origine del trattamento denigratorio che molti immigranti descrivono. I problemi di integrazione nella vita israeliana non sono specifici dell’ondata di immigrazione russa. È sempre stato così. È stata l’esperienza comune di ogni ondata di immigrazione arrivata sia dal Marocco che dallo Yemen, subire qualche forma di discriminazione. La descrizione del trattamento degli immigrati ha trovato posto anche negli sketch, che fino ad oggi sono diventati parte integrante del lessico dell’umorismo israeliano.

Ricordo che il custode nell’edificio in cui vivevamo era un medico di Mosca, e la strada veniva pulita da un ingegnere di San Pietroburgo. Queste erano le persone che hanno fatto l’aliyah in questa ondata russa: medici, ingegneri, tecnici e infermieri. Queste furono le persone che hanno reso questa ondata di immigrazione così riuscita. Hanno catapultato la nazione in avanti nello sport, nella cultura, nella medicina, nelle Università e in molti altri campi. Hanno portato uno spirito ambizioso che ha spinto per il successo. Nonostante il loro contributo, non furono risparmiati da valanghe di cinismo e disprezzo.

Imparare a vivere insieme

La mentalità israeliana è disprezzare tutto e tutti. Lo sdegno non è diretto specificamente contro i russi o qualche altro gruppo. È profondamente radicato nel nostro DNA ebraico. Infatti, siamo persino sprezzanti nei confronti della forza superiore. È un fenomeno permanente e non una fase di passaggio, e si accumula e passa da una generazione alla successiva.

L’ego che ci separa è una ferita sociale aperta. Si rivela ad ogni ondata di immigrazione. La buona notizia è che rivela anche l’unico luogo che ha bisogno di essere guarito: i nostri rapporti.

Prima o poi dovremo imparare ad avere relazioni positive al di sopra e al di là delle nostre differenze. Un simile risultato garantirà la nostra vita in una nazione prospera ed equilibrata in cui tutti i nuovi arrivati, indipendentemente dalla loro origine e provenienza, saranno rispettati e apprezzati per il loro contributo alla società.

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