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C’è un aspetto positivo nel ritorno alla normalità: la distinzione tra passato e presente, il rinnovamento tra ante e post coronavirus, la differenza tra vecchio e nuovo mondo. Dopo essere rimasti a casa per circa due mesi, da un lato, ci siamo sentiti vicini alla famiglia e, dall’altro, siamo stati lontani dalla vita normale per un po’ e ci è stata data l’opportunità di guardarla dall’esterno, come se per un momento fossimo usciti dal nostro corpo.

Potrebbe darsi che torneremo presto esattamente alle stesse abitudini di prima del coronavirus, ma abbiamo subito un processo necessario e significativo. Ci è stata data la possibilità di esaminare la vita da un nuovo punto di vista; una seconda occasione ma da persone diverse.

Dentro di noi, è emersa una nuova critica sulla situazione da affrontare: è bello e giusto vivere in questo modo o no? Cosa ci fa vivere così, perché non continuare a lavorare da casa? C’è davvero bisogno di questa corsa alla ricerca di sé stessi e di questa guerra sociale per sopravvivere? Con una nuova visione critica, ci sembra opportuno cambiare anche molte abitudini. Non abbiamo scelta: potremo gestire le nostre attività giornaliere da casa o come al solito nei luoghi di lavoro? In ogni caso, l’altro punto di vista continuerà a frullarci nella mente mentre lavoriamo.

È troppo presto per analizzare i cambiamenti perché non abbiamo ancora superato il periodo epidemico. Sono in arrivo altri virus conosciuti, di cui già si parla, con il loro aiuto la natura continuerà a rimodellarci come società umana unita. È un processo a lungo termine. Ma è già chiaro che la presa di coscienza della distanza fisica tra di noi cambierà e con essa la comprensione della distanza spirituale, interiore-mentale-emotiva.

Tramite queste due distinzioni, sentiremo le nostre attività in modo diverso, le implicazioni nella nostra vita, il danno o il beneficio che portano alla natura. Il contrasto aprirà la strada al processo di recupero che dobbiamo affrontare e il risultato sarà la revisione totale dei comportamenti di un’azienda, della sua struttura umana e del tipo di rapporto dell’azienda con la natura.

Questo esame di coscienza porterà a cambiamenti in campo sia lavorativo che sociale, nonché nel nucleo familiare. Dopo due mesi di reciproca fusione in cui ci siamo sentiti connessi, quest’incombenza familiare ci accompagnerà a lungo. Non è più possibile sfuggire alla famiglia, liberarsene. È presente nei cuori e nelle menti.

Potrebbe essere che questa familiarità ci sia anche tra colleghi. Improvvisamente scopriremo quanto eravamo sconnessi e quale utilità potremo trarre dal dipendere esteriormente e commercialmente senza una profonda connessione interiore?

È probabile che verranno a galla molti altri cambiamenti e fenomeni da esaminare, ma il punto di partenza è il chiarimento di due momenti: il prima e il dopo coronavirus. La domanda fondamentale per un esame accurato è: perché vivo? Vado a lavorare solo per guadagnarmi da vivere o per avere successo agli occhi degli altri? Oppure, il posto di lavoro è un mezzo per garantire la mia sopravvivenza e il mio obiettivo è esprimere me stesso e vivere una vita significativa? Sarà interessante seguire; vivere e vedere.

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