Uniting Europe

(una risposta articolata ai commenti dei lettori sui social)

Domenica 6 settembre ho postato un articolo sul mio blog sul Times of Israel intitolato “There Is a Jessica Krug in Every Jew,” (c’è una Jessica Krug in ogni ebreo), dove spiego la tendenza o desiderio, comune a tutti gli ebrei, di evitare il nostro ruolo nel mondo. In alcuni, si manifesta con il ragionamento che gli ebrei sono come qualsiasi altra nazione. In altri, si esprime con l’obiezione a ogni cosa ebraica. Altri ancora scelgono di convertirsi ad altre religioni o sposarsi con non-ebrei ed educare i figli quasi senza alcuna tradizione o simbolismo ebraico. Jessica Krug, che ha scelto una strada piuttosto insolita per rifiutare il suo giudaismo, fingendo di essere di un’altra religione, non fa quindi eccezione. Ha semplicemente scelto una modalità insolita, ma il suo desiderio, consapevole o inconsapevole, è ciò che ogni ebreo nutre anche se, ovviamente, non tutti agiscono in tal modo.

L’odio interno degli ebrei nel tempo

Uno dei commenti al post in ToI diceva “la forza degli ebrei si trova proprio nel disaccordo, ma un disaccordo civile”. Disaccordi certamente, ma civili? Non ne ho idea. Ci sono stati dei casi che potremmo definire disaccordi “civili”, come il caso di Beit Hillel e Bei Shammai. Ma la storia è piena di testimonianze di dispute incivili e della sofferenza che queste hanno portato sulle nostre teste.

Non c’è stato nulla di civile nelle dispute tra i leader della nazione che causarono la distruzione del Primo Tempio. I nostri saggi descrivono quei leader come “persone che mangiavano e bevevano insieme, (eppure) si ferivano con lingue taglienti come spade” (Yoma 9b). Non c’era nulla di civile nelle discussioni tra gli Asmonei e gli Ellenisti, ebrei che volevano introdurre la cultura e credenze greche in Giudea. La guerra tra loro fu una conclamata guerra civile e ancora oggi festeggiamo a Hanukkah la vittoria dei Maccabei sui loro correligionari (assistiti verso la fine dai Greci, inutilmente).

Se vogliamo parlare di guerre civili, non dobbiamo dimenticare cosa fecero gli ebrei gli uni agli altri a Gerusalemme durante l’assedio prima della distruzione del Secondo Tempio. Il massacro, l’inedia e persino il cannibalismo che gli ebrei perpetrarono tra loro, dentro le mura della città, profanata prima della conquista dei Romani, sono ancora oggi un ricordo straziante della depravazione della natura umana e una macchia di disonore sul nostro popolo.

Curiosamente, i nostri saggi non hanno mai attribuito le nostre cadute a governatori stranieri, ma ai nostri difetti. Dicono che il Primo Tempio fu distrutto per eccidio, diffamazione e incesto tra noi. Nel caso del Secondo Tempio dicono che sia stato rovinato dall’odio infondato (senza basi) tra di noi, ossia l’odio senza motivo.

I nostri saggi non pensavano che Nabucodonosor,distruttore del Primo Tempio o Tito che distrusse il Secondo, fossero senza colpe. Sapevano che non lo erano, ma non fecero ricadere la colpa su di loro, bensì la diedero alle nostre divisioni interne. Il libro Maor VaShemesh afferma “La principale difesa contro le calamità è l’amore e l’unione. Quando ci sono amore, unione e amicizia reciproca in Israele, nessuna calamità potrà arrivare su di loro”.
Analogamente, il libro Likutey Halachot dice “L’elemento principale della correzione è il consiglio di unirsi, ossia che ci siano unione, amore e pace in Israele”.

Per quanto riguarda i malvagi nel tempo, i nostri saggi dicono semplicemente “La bontà è data dal bene, il male dal malvagio (Shabbat 32a). In altre parole, i nostri stessi misfatti ci portano persone maligne che ci puniscono.

Ma finora non abbiamo imparato la lezione. Secoli dopo la distruzione del Tempio, l’odio infuocato degli ebrei verso altri ebrei con opinioni diverse ci divide ancora. C’è stata la lotta del XVIII secolo dei seguaci di Vilna Gaon (GRA) che cercarono (e in parte riuscirono) a convincere le autorità ucraine a imprigionare i sostenitori del Baal Shem Tov e forse anche a giustiziarli usando false accuse di complotto contro il governo.

Poi ci fu l’avversione tra ebrei tedeschi ed ebrei polacchi nel XIX secolo, tra ebrei ortodossi e sionisti in Polonia nell’ultima parte del 1800 e la prima del 1900, tra ebrei assimilati e sionisti in Germania e in Austria più o meno nello stesso periodo, tra il movimento Revisionista e l’Organizzazione sionista in Palestina nel 1930, prima della fondazione dello stato di Israele, e tra l’Organizzazione sionista d’America e l’ebraismo Riformato in America, prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. In tutti questi casi, gli ebrei non erano semplicemente in disaccordo tra loro, ma cercarono di eliminarsi politicamente, economicamente, fisicamente oppure in tutti questi modi, e nessun mezzo fu troppo estremo.

Nel mio libro The Jewish Choice: Unity or Anti-Semitism, illustro il processo comune che si rivela in tutte le nostre tragedie: l’odio reciproco e la divisione, l’arrivo di un capo di Stato che odia gli ebrei e l’amara fine degli ebrei in quel luogo. Sempre la stessa sequenza, in tutti questi casi, gli ebrei stessi aiutano i persecutori a scovare i loro fratelli dissenzienti.

Le sorprendenti richieste degli antisemiti rabbiosi.

Oggigiorno vediamo che negli stati Uniti si sviluppa la stessa tendenza tra gli ebrei sostenitori del partito democratico e i sostenitori del partito repubblicano, tra ebrei sionisti e antisionisti. Lo scontro non è ancora violento come in passato, ma è già altrettanto caustico e la tendenza è molto chiara. Se questa ostilità reciproca continuerà, un oppressore di ebrei prenderà sicuramente il potere e probabilmente prima del previsto. Quando succederà, sarà impossibile evitare la tragedia.

Ironicamente tutto questo odio interno arriva dalla nazione che concepì l’imperativo che definisce l’amore assoluto: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Infatti, non abbiamo inaugurato ufficialmente il nostro status di nazione autonoma finché non fummo d’accordo, ai piedi del monte Sinai, ad unirci come “un unico uomo con un unico cuore” .
E immediatamente dopo, ci fu detto di essere “una luce per le nazioni” ossia di illuminare la strada verso l’unione per il mondo intero. É per questo che non biasimo gli antisemiti quando ci accusano di causare tutte le guerre. In assenza di unione tra noi, non hanno alcun esempio da seguire e quindi come possiamo aspettarci che si uniscano e facciano pace tra loro?

Non è una coincidenza che alcuni degli antisemiti più noti fossero anche molto perspicaci nelle loro rimostranze contro gli ebrei. Henry Ford, fondatore della Ford Motor Company, ad esempio scrisse nel suo famigerato libro The International Jew—The World’s Foremost Problem (L’ebreo internazionale: problema del mondo): “L’intero scopo profetico in riferimento a (il popolo di) Israele, sembra essere stato l’illuminazione morale del mondo attraverso la sua azione”. In un altro scritto aggiunge: “la società ha un grande pretesa verso (gli ebrei) che essi…inizino a realizzare…l’antica profezia che tramite loro ogni nazione del mondo sarà benedetta”. E la cosa più sorprendente sono i suoi consigli ai sociologi per imparare dagli antichi ebrei come costruire una società modello: “I riformatori moderni, che costruiscono sistemi sociali moderni sulla carta, farebbero bene a guardare il sistema sociale con il quale i primi ebrei furono organizzati”.

Nello stesso periodo in cui Ford scrisse il suo libro, un altro antisemita dall’altra parte del mondo scrisse un altro libro. Nato in Ucraina, Vasily Shulgin era membro anziano della Duma, il parlamento russo prima della rivoluzione bolscevica del 1917, e orgogliosamente si proclamava antisemita. Nel suo libro What We Don’t Like about egli spiega quello che secondo lui gli ebrei sbagliano. Shulgin si lamenta che “gli ebrei del XX secolo sono diventati intelligenti, efficienti e rigorosi nello sfruttamento delle idee altrui”. Ma, improvvisamente, cambia rotta dalle fandonie banali, e afferma: “(Ma) non si tratta di un lavoro per maestri e profeti, né del ruolo di guide per non vedenti e nemmeno di portatori di claudicanti”.

Successivamente, proprio come Ford, con il suo antisemitismo rabbioso invita gli ebrei a condurre l’umanità: “Che essi … si innalzino all’altezza che hanno raggiunto (in passato)… e immediatamente, ogni nazione correrà ai loro piedi. Accorreranno non per costrizione… ma per libero arbitrio, gioiosi di spirito, grati e amorevoli, compresi i russi! Noi stessi richiederemo ‘Dacci un governo ebraico, saggio, benevolo, che ci conduca al Bene.’ E ogni giorno offriremo preghiere per loro, per gli ebrei: “Benedici le nostre guide e maestri, che ci conducono a riconoscere la Tua bontà”.

Ma per essere maestri, dobbiamo essere ciò che il popolo di Israele è destinato ad essere, unito “come un unico uomo con un unico cuore” al di sopra di tutte le nostre differenze, costituendo un esempio di unione per il mondo intero, e quindi “una luce per le nazioni”. Questa è stata la nostra vocazione fin dal primo giorno e continuerà ad esserlo finché non la realizzeremo. Non è facile e non posso biasimare nessuno che cerchi di evitarla o di negarne la validità. Ma la negazione non impedirà l’arrivo di detrattori, che verranno a punirci sempre di più per non aver compiuto il nostro dovere.

Unione e memorie dall’Europa.

Quindi, sì, siamo in disaccordo su tutto, ma non siamo destinati a esserlo in maniera civile. Il nostro compito è di amarci anche nel disaccordo. Questa è una missione molto più difficile, ma è l’unica cosa che ci viene richiesta, e ce la possiamo fare solo se ci uniamo e ci aiutiamo.

Non abbiamo dato al mondo semplicemente il motto “Ama l’amico come te stesso”, gli abbiamo dato l’arvut hadadit (la responsabilità reciproca). Infatti siamo reciprocamente responsabili gli uni degli altri anche nella nostra missione. Solo se collaboriamo tutti, possiamo unirci al di sopra delle nostre differenze e il mondo seguirà il nostro esempio. Ma se collaboriamo, se diventiamo vittime del nostro odio reciproco, il mondo non ci perdonerà e rivivremo ciò che il nostro popolo ha vissuto ottant’anni fa in Europa.

Vorrei non dover scrivere queste parole, ma è la verità come la vedo, come ho imparato dalla storia e dai miei insegnanti, ed è mio dovere fare tutto ciò che posso per salvare la mia gente dallo sterminio quando è ancora possibile. Ho perso quasi tutta la mia famiglia nell’Olocausto; non posso stare immobile ad aspettare quando so cosa può impedire che capiti di nuovo.

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