Uniting Europe

Nonostante quanto possiamo detestarci reciprocamente, la scienza ha dimostrato che contenere il covid-19 richiede la solidarietà nazionale. La scomoda verità è che la pandemia non distingue tra destra e sinistra, ortodossi e laici, ebrei e arabi; siamo tutti uguali davanti al virus. Se stiamo insieme, lo sconfiggeremo. Altrimenti, sconfiggerà noi. Questo è vero sia per ogni paese che per l’intera umanità.

Alcun giorni fa, Eran Halperin, professore di psicologia sociale alla Hebrew University di Gerusalemme e Ron Gerlitz, CEO di aChord, Social Psychology for Social Change (psicologia sociale per un cambiamento sociale), hanno pubblicato un articolo sul The Jerusalem Post intitolato “Per rallentare il coronavirus i gruppi separati in Israele devono riunirsi”. L’articolo cita un recente studio internazionale dove più di 100 ricercatori di tutto il mondo esaminano decine di migliaia di cittadini provenienti da 67 paesi, tra cui più di 1200 israeliani, “per capire cosa influenzerebbe di più la loro volontà di obbedire alle norme relative alla pandemia”. I ricercatori hanno trovato che “il fattore chiave che porta le persone ad aderire al distanziamento e alle norme igieniche è il livello di identificazione con il gruppo-nazione; ossia quanto si sentono connessi con la loro nazione e quanto la considerano centrale nella loro identità”. A giudicare da questa conclusione, è la frammentazione nella società israeliana a causare il fallimento nello sconfiggere il virus e non le politiche del governo o la disobbedienza di un certo gruppo alle norme. Stiamo assistendo all’inizio di un crollo sociale in Israele. Se non ci innalziamo al di sopra del nostro senso di indignazione moralista, infliggeremo alla nostra nazione una catastrofe senza precedenti.

Il popolo di Israele è nato da popoli appartenenti a diverse tribù e clan spesso rivali tra loro, provenienti da tutto il Vicino e Medio Oriente. Questi “rifugiati” lasciarono le loro genti perché credevano all’idea di unione al di sopra delle differenze. Sotto la guida di Abramo, trovarono un posto dove far vivere la loro idea.

L’attuale popolo di Israele non ha nulla in comune con quel popolo. Siamo ancora una volta frammentati, divisi sotto ogni aspetto: religione, cultura, etnicità, educazione, lingua, politica e ogni altro aspetto possibile. Non siamo più una nazione, se non per il nostro nome. Siamo tornati ad essere estranei, alienati l’uno dall’altro. Se vogliamo meritare il nome di “popolo di Israele” dobbiamo iniziare da capo.

Quella volta, il gruppo di Abramo continuò a svilupparsi fino a quando, ai piedi del monte Sinai, dopo la disavventura dell’uscita dall’Egitto, gli ebrei si unirono “come un unico uomo con un unico cuore” e stabilirono il loro status di nazione autonoma. Poco dopo, scontri e conflitti iniziarono a sorgere tra il popolo e la nazione appena fondata fece fatica a mantenere il suo valore essenziale: “L’odio alimenta i conflitti, ma l’amore coprirà tutti i crimini” (Prov. 10:12).

Due millenni fa, soffrimmo un’amara sconfitta per il nostro odio e fummo mandati in esilio, disperdendoci in tutto il mondo. Ovunque siamo andati, siamo stati trattati come emarginati, estranei.

Persino al nostro ritorno in Israele, quando abbiamo ristabilito la nostra sovranità, l’abbiamo fatto soltanto per proteggerci dall’odio delle nazioni e non per il valore iniziale dell’unione al di sopra delle differenze che aveva portato alla formazione della nostra nazione.
Anche oggi, tanti ebrei si sentono fuori posto in Israele. Lo considerano come una residenza temporanea fino a quando non troveranno un luogo più tranquillo dove vivere.

Ma senza alcun senso di appartenenza a un’unica nazione, Israele si disintegrerà. Vediamo già come una pandemia che avremmo potuto contenere se avessimo tutti collaborato per combatterla, ora ci sta mettendo in ginocchio. Non è perché il virus sia così terribile, ma per il fatto che non esiste alcuna solidarietà tra i cittadini, nessuna fiducia tra cittadini e governo. La mancanza di affetto e fiducia porta all’inerzia, che a sua volta porta al contagio. E il contagio porta alla perdita di vite.
L’introduzione all’articolo di cui abbiamo parlato, afferma semplicemente che “la logica alla base del comportamento individuale necessario per contenere il contagio…si trova nell’appartenenza a una collettività”. Non abbiamo alcun senso di collettività e stiamo pagando con le nostre vite, con le vite delle persone che amiamo e con il sostentamento di centinaia di migliaia di persone nel nostro piccolo paese.

Non importa ciò che crediamo o chi pensiamo abbia ragione. Se non ci uniamo, allora siamo tutti dalla parte del torto, paghiamo tutti, e continueremo a pagare ancora di più.

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