Uniting Europe

L’Olocausto lasciò su di me, fin dalla tenera età, un forte segno. Sono nato in Bielorussia, nello stesso luogo in cui orribili atrocità furono perpetrate dai Nazisti contro gli Ebrei. In particolare, a Vitebisk, la città della mia infanzia, esisteva un ghetto e un campo di sterminio dove molti dei miei parenti furono uccisi. Quelle esperienze rimasero vivide nella mia famiglia e io le conobbi quando ero ancora piccolo. Fui cresciuto ed educato da coloro che furono risparmiati e in grado di raccontare le storie di quelli che morirono. Dunque, la Shoah lasciò un marchio indelebile in me dal momento che fu parte integrante della mia educazione.

Ma per le persone che non hanno ascoltato quelle testimonianze direttamente dai sopravvissuti, dai loro parenti, o non hanno acquisito quei ricordi attraverso le lezioni di storia, l’Olocausto non assume alcun significato speciale. In fatti, la memoria di questo terribile capitolo sta svanendo o rimane sconosciuta. Un sondaggio condotto lo scorso anno dalla Conferenza sulle rivendicazioni materiali degli Ebrei contro la Germania ha rivelato che il 63% dei millennials americani e della generazione Zeta non sanno che sei milioni di Ebrei furono uccisi durante l’Olocausto.

Quando commemoriamo una nuova Giornata del Ricordo dell’Olocausto non siamo in grado di passare loro alcun discernimento se la sua importanza sta svanendo. Anche nelle mie molteplici visite in Germania trovai un linguaggio comune con i Tedeschi della mia generazione che avevano opinioni, in un modo o nell’altro, riguardo a tale questione ma per la generazione più giovane non c’era alcun argomento di conversazione né interesse. E questa situazione è simile ovunque. I giovani non vogliono ricordare la Shoah, tantomeno parlarne. Non sentono alcuna connessione con essa e vogliono continuare le loro vite senza guardare indietro. E ciò è comprensibile.

Il declino è una parte naturale delle nostre vite. Ciò che non è davanti ai nostri occhi inizia a perdere il suo valore e al fine di preservarlo e perpetuarlo, anche in una certa misura, dobbiamo ravvivarlo e renderlo importante come se accadesse qui, in questo momento. E’ pur vero che ci sono delle gite organizzate per i giovani ai campi di concentramento in Polonia, dei tour del patrimonio ebraico allo Yad Vashem e in vari musei, ma non credo che questi possano rimanere incisi nella memoria della generazione dei giovani.
Perfino le varie cerimonie e gli eventi che dovrebbero evocare la memoria emotiva, di solito, assumono la forma di un discorso teorico e politico. In questo modo, nessuna storia può essere preservata.

Siamo ora in un momento in cui abbiamo bisogno di riflettere e decidere qual é il nostro approccio all’Olocausto, alle sue cause e conseguenze. Questo è un passo cruciale. Io non sono d’accordo con l’attitudine che ci spinge a sederci e a rammaricarci per il nostro destino amaro, e nemmeno con chi ci incita ad essere orgogliosi di avere un paese forte e di successo e di riposare sugli allori.

La nostra attitudine dovrebbe cambiare. Ma non dobbiamo aspettarci che cambi qualcosa, piuttosto dobbiamo favorire questo cambiamento all’interno di noi e tra di noi nel nostro approccio verso la questione dell’Olocausto e dell’odio verso gli Ebrei. Come? Prima di tutto, dobbiamo conoscere chi sia il popolo di Israele. Perché si chiamano “Israele”? Qual è il loro proposito e la loro missione?
Perché sono sopravvissuti come popolo per generazioni anche se sono stati perseguitati senza fine?
Perché l’umanità ha continuamente puntato il dito della vergogna su di loro?
Le risposte a queste domande sono le fondamenta della nostra nazione e senza di esse non comprenderemo l’incessante persecuzione degli Ebrei e non potremo certamente spezzare la profonda animosità verso di noi.

Perché esiste l’odio verso gli Ebrei? Sin dai giorni di Abramo, attraverso l’amore dei fratelli che sbocciò tra di loro nei giorni del Tempio, un grande desiderio spirituale si è instillato negli Ebrei e li spinge verso lo scopo della creazione , verso l’unità e l’armonia di cui il mondo ha disperatamente bisogno ma non è stato ancora sviluppato e attuato. Come i nostri saggi dissero, “ Quando ci sono amore, unità e amicizia tra tutti in Israele, nessuna calamità potrà arrivare su di loro.” (Rabbi Kalman Kalonymus, Maor va Shemesh).

I popoli del mondo, inconsciamente, sentono che gli Ebrei non condividono con loro questa speciale qualità, questo potenziale unico per lo sviluppo, questo metodo della connessione spirituale e così da questa sensazione di frustrazione emana l’odio per gli Ebrei. Dunque, l’antisemitismo è un fenomeno globale che affligge ogni nazione, in piccola o grande misura. L’odio a volte diminuisce, altre volte esplode, ma è sempre lì, latente, profondamente radicato, come una legge di natura.

Le potenti forze della natura possono riassumersi in due tratti originari che sono esistiti fin dall’inizio della creazione: il tratto della dazione o del dare e di contro il tratto della ricezione. E il popolo di Israele porta all’interno di sé l’abilità di connettere queste due forze opposte e di portarle ad un equilibrio, alla mutua riconciliazione e di creare una terza forza nel mezzo dove il Creatore, il potere supremo della natura, si rivela.
Quando tale forza sarà conseguita, prima di tutto, attraverso gli Ebrei, l’antisemitismo si placherà. Come è scritto nella Midrash (Tanchuma, Devarim, [Deuteronomio]): “Israele non sarà riscattato fino a che tutti saranno un unico fascio.” Non lo dimenticheremo mai.

[Il Memoriale agli Ebrei Assassinati d’Europa (tedesco: Denkmal für die ermordeten Juden Europas), noto anche come Memoriale dell’Olocausto (tedesco: Holocaust-Mahnmal), è un memoriale a Berlino per le vittime ebree dell’Olocausto, progettato dall’architetto Peter Eisenman e dall’ingegnere Buro Happold.]

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